Delitto, castigo… e misericordia.

Domenica 30 ottobre: dopo un pranzo in buona compagnia con ottima cucina di un ristorante piacentino per festeggiare la buona riuscita dell’esame su San Paolo del giorno prima, torno verso casa pensando già a un po’ di riposo e magari il ripasso delle lezioni dei corsi di teologia che sto seguendo. In auto accendo la radio e mi sintonizzo sull’onnipresente Radio Maria, sperando magari in un bel rosario guidato, come di solito faccio quando mi trovo a percorrere lunghi tratti di strada.

Non c’è il rosario; viene trasmessa una riflessione tenuta da padre Giovanni Cavalcoli, un domenicano che onestamente non ho mai conosciuto; ma i domenicani hanno la fama di essere santi predicatori, quindi l’idea di fare il viaggio con una buona meditazione non mi dispiaceva.

Viene trasmesso un intervento di un ascoltatore che dice:

…quando un popolo o i legislatori di questo popolo fanno delle leggi contrarie a Dio, come purtroppo è avvenuto in Italia qualche mese fa – mi riferisco alle leggi sulle unioni civili e a tutto quello che vorrebbe conseguirne, quali sono le conseguenze? E arrivo al punto della mia domanda: le catastrofi naturali come il terremoto possono essere una conseguenza di un popolo, di un legislatore che fa delle leggi contrarie? Il terremoto di questi giorni può avere una tale radice?

La domanda è interessante e la risposta affatto semplice; una domanda che potrebbe porsi qualsiasi cristiano che cerca di comprendere nell’orizzonte ampio e complesso della sofferenza, il luogo in cui poter trovare un progetto di Dio. Lo confesso: per certi versi se fossi stato al posto di padre Cavalcoli in quel momento avrei preferito essere altrove, magari nello stesso ristorante piacentino che avevo appena lasciato… Ma non si può certo fuggire davanti alla domanda legittima di un cristiano che cerca di comprendere il mistero che avvolge la sofferenza, specialmente quando è dovuta a cause naturali come un terremoto e quindi non dipendenti dalla volontà dell’uomo. E cercavo di immedesimarmi in padre Cavalcoli, pensando a cosa avrei detto se fossi già diacono.

Mentre costruivo nella mia mente una risposta, alla luce delle lezioni ancora fresche del corso sull’Antico Testamento e su San Paolo, padre Cavalcoli inizia la sua disquisizione trattando le questioni del peccato originale, del peccato mortale, della necessità del sacramento della riconciliazione per recuperare lo stato di grazia, e dei maggiori disastri naturali che possono colpire l’umanità. Poi così prosegue nel discorso:

“Vedete un po’, insomma, si ha l’impressione che queste offese che si recano alla legge divina – pensate alla dignità della famiglia, alla dignità del matrimonio, alla stessa dignità dell’unione sessuale, al limite, no – ? Vien fatto veramente di pensare che qui siamo davanti, chiamiamolo castigo divino…”

Resto sorpreso per la posizione così netta presa da padre Cavalcoli. “Scandaloso e offensivo!” è il primo pensiero che mi è venuto in mente… Nel frattempo arrivo alla barriera di Milano Sud; ho il telepass, riesco a superare il casello senza far guardare al casellante la mia faccia esterrefatta, preoccupata e forse più brutta del solito… Tante domande mi si aprivano nel cuore: com’è possibile vedere una connessione così diretta tra peccato e terremoto? Com’è possibile vedere Dio come vendicativo e dispensatore di tragedie? Come si coniugano misericordia, giustizia divina e castigo inflitto ad una popolazione intera che ha visto in pochi secondi crollare la propria casa insieme alle proprie certezze, alla serena quotidianità e non ultimo alla propria salute e alla vita dei propri cari?

Certo, padre Cavalcoli non ha inventato cose nuove: in fondo lo stesso Antico Testamento narra di episodi in cui l’ira di Dio si abbatte sull’uomo: pensiamo al diluvio universale, a Sodoma e Gomorra, alle dieci piaghe inflitte agli egiziani… o allo stesso San Paolo ai Romani quando parla di “ira di Dio che si abbatte sugli uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia” (Rm 1,18). Ma allora dov’è l’errore – se così si può dire – di padre Cavalcoli?

Mentre percorrevo la tangenziale, mi balena un’idea: appena sarò a casa, scriverò una lettera a padre Giovanni, con le mie riflessioni in risposta alle sue considerazioni; non con la pretesa di auto-nominarmi suo docente di teologia, ma come semplice cristiano in cammino verso il diaconato permanente, nel puro spirito di correzione fraterna.

Così dopo essere giunto a casa e aver dato un’occhiata ai miei cani che sonnecchiavano in giardino evidentemente per nulla preoccupati né di Radio Maria né del terremoto, prendo carta e penna e comincio a scrivere:

“Carissimo padre Giovanni,

Sto frequentando i corsi di teologia presso l’Istituto di Scienze Religiose di Milano, e ho sentito nel cuore il grande desiderio di scrivere queste righe, con lo scopo di condividere con lei il mio pensiero sulle sue parole durante la trasmissione andata in onda su Radio Maria. Non è certamente mia intenzione né di insegnarle qualcosa – non avrei le conoscenze né la pretesa di poterlo fare – ma solo di evidenziare alcuni pensieri che sono sorti nel mio cuore ascoltando le sue parole alla radio.

Lei ha detto che da un punto di vista teologico l’immane tragedia che ha colpito la popolazione dell’Umbria, del Lazio e delle Marche può essere vista quale castigo di Dio in risposta ai peccati dell’uomo, facendo un diretto riferimento ai recenti interventi legislativi approvati in Italia in materia di unioni civili.

E’ chiaro che nessun buon cristiano possa negare che questa legge sia di fatto un’offesa al sacramento del matrimonio e potrebbe portare al rischio di equiparare un’unione nata grazie a accordi giuridici – anche tra persone dello stesso sesso – con la famiglia fondata sulla roccia sacramentale del matrimonio, il cui sigillo tra uomo e donna è posto da Dio stesso. Nessun cristiano può quindi sentirsi autorizzato a equiparare le unioni civili con il matrimonio celebrato in forza di un sacramento.

L’aspetto problematico è la connessione tra il peccato degli uomini per aver approvato questa legge e gli eventi catastrofici del centro Italia che sarebbero la manifestazione dell’ira di Dio. L’errore immediato e concreto in cui tutti possiamo incorrere è quello di pensare alla risposta di Dio come ad un automatismo che troviamo nel comportamento degli uomini: l’uomo punisce un altro uomo per una violazione della legge umana, Dio punisce l’uomo per una violazione della legge divina. Dobbiamo quindi pensare che Dio – fonte di ogni bene – agisce allo stesso modo dell’uomo e arriva a rispondere al peccato con la violenza delle tragedie?

Credo di intravedere un errore di fondo: il cosiddetto castigo (che poi etimologicamente significa “rendere casto, rendere puro”) non è un’azione malvagia di Dio sull’uomo, ma l’esito del libero allontanamento dell’uomo dalla Grazia Divina[1]. Infatti con il peccato l’uomo si allontana da Dio, rifiuta la Sua salvezza, e accetta le conseguenze del proprio allontanamento[2]. Non è Dio quindi che infligge tragedie, ma è l’uomo che si allontana dalla grazia di essere preservato dal male verso cui si espone.

E’ vero che lo stesso San Paolo parla dell’ira di Dio che si abbatte sugli uomini, ma bisogna coglierne il senso alla luce del volto di Dio che Cristo ci ha rivelato. San Paolo infatti nella stessa lettera ai Romani, prosegue dicendo “per questo Dio li ha abbandonati in balia di una intelligenza depravata”: Dio non ha inviato malattie ai peccatori, né terremoti ai romani, ma ha lasciato libero l’uomo nella sua empietà. Piuttosto, l’ira di Dio si concretizza nel rifiutare il male e nella sua netta riprovazione verso ogni ingiustizia[3].

La Sua volontà è di manifestare il Suo amore, offrendo la Sua vicinanza, ma lasciando l’uomo libero di non accogliere questo bene, andando incontro al male. Ciò è stato permesso come mezzo di purificazione (ovvero castigo) e con la speranza che l’uomo possa ritornare a Lui.

Ricordiamo la parabola del padre misericordioso: il padre ha consentito che il figlio lasciasse la casa trovando poi la perdizione, ma quando l’ha visto ritornare, gli è corso incontro e lo ha abbracciato, non gli ha lanciato terremoti né tantomeno ha scatenato le carestie e le disgrazie in cui il figlio si è trovato.

Cristo ci ha rivelato il vero volto di Dio e la Sua opera di salvezza ci ha preservato dall’ira divina[4]. In un discorso tenuto tempo fa in una parrocchia di Milano, il mio arcivescovo ha detto: “La potenza d’amore del Crocifisso non conosce ostacoli e non si esaurisce mai[5]. Quindi la stessa potenza d’amore è più forte del peccato. Anch’io mi trovavo in piazza San Pietro pochi mesi fa quando papa Francesco fece urlare a tutti i presenti “Dio è più grande del nostro peccato!”.[6]

Non è possibile vedere Dio come colui che purifica l’uomo inviando disastri naturali, perché ciò che ci purifica dal peccato originale è il battesimo[7], e ciò che ci purifica dai peccati mortali è la grazia che l’uomo accoglie quando – pentito – ritorna al Padre, e non certamente un terremoto. E’ spontaneo per l’uomo pensare al binomio peccato – castigo, ma nonostante siano passati più di 2000 anni dal sacrificio di Cristo sulla croce, è ancora un paradosso pensare al binomio peccato-misericordia, è qualcosa che disturba, che va contro il proprio modo di agire, contro il proprio senso di giustizia.

Non possiamo attribuire a Dio lo stesso pensiero dell’uomo: rischiamo di agire con il medesimo meccanismo che instaura le superstizioni: meglio non fare un qualcosa per non provocare reazioni di Dio, piuttosto che essere fermamente convinti che quel qualcosa sia sbagliato. Ma il pensiero di Dio non è il pensiero dell’uomo. Il nostro Dio non è un Dio della distruzione, ma un Dio della creazione; non è un Dio dei flagelli, ma un Dio di misericordia; non è un Dio delle dis-grazie ma un Dio della Grazia. Questo è il volto di Dio rivelato da Cristo in Croce, che ci invita a cogliere come occasione di conversione il dolore scaturito dalle tragedie[8]. Dio, infatti, non invia terremoti, ma salva dai terremoti.

Pensiamo a quante opere di solidarietà sono state messe in piedi per dare soccorso e aiuto alle popolazioni terremotate: mobilitazioni generali, raccolte di fondi, opere di volontariato e veglie di preghiera. Mi vien difficile immaginare Dio che dall’alto guarda compiaciuto il risultato della devastazione del terremoto e intanto dice “Se la sono cercata…”. Piuttosto l’immagine che mi viene in mente in queste occasioni è di un Dio vicino all’uomo, pronto persino a scendere per le strade di Amatrice, di Accumoli e di Norcia, accanto ai volontari che incessantemente hanno spalato macerie per cercare qualche supersite, o a consolare il pianto di una madre che perde i suoi figli sotto un tetto non più appoggiato sui muri.

Per questo non dovremmo porci la domanda: “che cosa ha fatto l’uomo prima del terremoto per meritare tutto ciò”, ma “che cosa farà l’uomo dopo il terremoto”: perché è nel dopo-terremoto che ci è data la possibilità di riscattarci operando il bene, di purificare il nostro cuore e la nostra anima. Perché Dio sa cogliere il bene anche da una tragedia così grande e così dolorosa. E noi, un giorno, davanti al Signore, saremo giudicati anche su questo: su come abbiamo colto l’amore di Dio in queste occasioni e su come abbiamo usato la libertà che Dio ci ha donato per ritornare a Lui.

Caro padre Giovanni, sicuramente lei mi chiederebbe: cosa avresti detto al mio posto? Io non avrei cercato collegamenti forzati e un po’ azzardati tra le unioni civili e il terremoto, perché di fatto è forzare il pensiero di Dio. Se avessero posto a me quella domanda, io avrei risposto con le parole di Gesù riportate nel vangelo  di Giovanni: “Né lui né i suoi genitori hanno peccato, ma così è accaduto perché si manifestassero le opere di Dio” (Gv 9,3)[9]

Fraternamente la saluto e le chiedo una preghiera per il mio cammino.

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Si era fatto tardi. Sono andato a letto ripensando ancora alle parole che avevo scritto e con il proposito per il giorno dopo di dare un’ultima occhiata e poi spedire la lettera.

Nei giorni seguenti ho ripreso in mano quel foglio, mentre assistevo all’assalto mediatico che il caso di ùpadre Cavalcoli aveva suscitato nella stampa, nella televisione e su internet, scomodando persino il Vaticano. Mi sono fermato a riflettere. Poi ho deciso di modificare solo la prima riga di quella lettera: invece di “caro padre Giovanni” ho sostituito “caro Fabrizio”, per poter sempre ricordare a me stesso che prima di attribuire a Dio la causa di un male, è bene sempre ricordarsi del Suo amore infinito per gli uomini, avere fede in Lui anche nel dolore, e dare testimonianza di Lui anche in queste occasioni.

Quella lettera è ancora nel mio cassetto, e ogni tanto la rileggo ancora oggi.

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[1] “Ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione […].Le pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena” (C.C.C. 1472).

[2] «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19)

[3] Cit. don Giuseppe Pulcinelli, diocesi di Roma, direttore spirituale nel Pontificio Seminario Romano Minore e al Seminario del Divino Amore; responsabile rapporti con l’Ebraismo nella Commissione per l’Ecumenismo e il Dialogo.

[4] 1Tes. 5,9

[5] Discorso del Card. Angelo Scola sulla Riconciliazione che ha concluso il ciclo di conferenze nella parrocchia di Sant’Anselmo “Delitto e castigo?” – Milano, 6 giugno 2016.

[6] Papa Francesco, udienza generale in piazza San Pietro di mercoledì 29 marzo 2016.

[7] “Mediante l’azione dello Spirito Santo, il Battesimo è un lavacro che purifica, santifica e giustifica” (C.C.C. 1127)

[8] Ricordiamo Luca 13,1-5: «Si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo».

[9]Quale conforto ci offrono queste parole! Esse ci fanno sentire la viva voce di Dio, che è Amore provvido e sapiente! Di fronte all’uomo segnato dal limite e dalla sofferenza, Gesù non pensa ad eventuali colpe, ma alla volontà di Dio che ha creato l’uomo per la vita” (Benedetto XVI, Angelus di domenica 2 marzo 2008).

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